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Maltrattamento animali: ora è di moda ucciderli

Due casi di maltrattamento, divenuti famosi, che portano a riflettere sulle pene sempre troppo esigue per chi commette crudeltà contro gli animali

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Un destino in comune

24 giugno 2016. Il caldo estivo si sta facendo sentire ormai in tutta Italia; in un paesino della Calabria la vita scorre come tutti i giorni, tra noia e divertimento. In giro c’è un cane, uno dei tanti randagi, che se ne sta tranquillo e non dà fastidio a nessuno. In giro ci sono anche quattro ragazzi, di cui due sono fratelli; sono in cerca di divertimento, qualcosa di diverso dal solito, sono annoiati. Si imbattono in questo cane, una nuvola bianca di taglia medio-grande, che si avvicina un po’ titubante, ma comunque si avvicina, speranzoso, chissà, di ricevere un po’ di attenzione, quelle coccole che solo un cane di nessuno può spasimare.

Lo bloccano, lo impiccano ad un albero e lo colpiscono ripetutamente con un badile, finché dopo atroci sofferenze muore. Riprendono tutta la scena e pubblicano su Facebook il video; si sentono le risate di chi riprende. Siamo a Sangineto, in provincia di Cosenza, e la vittima dell’abuso avrà un nome solo dopo essere morta: Angelo.


2 agosto 2017. Tutta Italia sta soffrendo il caldo torrido; in un paesino della Calabria tutti si stanno preparando per la festa del paese. C’è un cane di quartiere color miele: taglia media, amorevolmente accudito dalla comunità intera e soprattutto dai proprietari di un bar, vaccinato, conosciuto da tutti, docile, buonissimo anche con i bambini; lui non è di proprietà, ma tutti se lo sentono un po’ proprio.

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Tutti, tranne qualcuno. Qualcuno che decide di passare il tempo diversamente. Qualcuno che probabilmente il gesto lo aveva premeditato (considerando che si era attrezzato). Qualcuno che ha preso una corda e ha impiccato il quattro zampe. Qualcuno che, mentre il cane era appeso e ancora in vita, ha preso un oggetto appuntito e lo ha usato contro la creatura innocente, secondo alcuni accoltellandola, secondo altri impalandola. Il giorno dopo la festa la Polizia Municipale nota qualcosa in un campetto sportivo: il corpo del cane impiccato. Siamo a Zungrì, in provincia di Vibo Valentia, e la vittima dell’abuso un nome lo aveva: Billy.

Analogie e differenze

Angelo era un cane di nessuno: non aveva nemmeno un nome. Billy era un po’ di tutti. Questa differenza è alla base di come sono stati gestiti gli eventi. Il caso di Angelo mostra un’Italia omertosa, in cui nessuno sa nulla e, anche se sapessero, “è solo un cane”; gente che non c’era, che se c’era non ha sentito, che se ha sentito non ha fatto. Il sindaco si è dato da fare solo quando questa storia è diventato un caso nazionale, grazie soprattutto alla visibilità data da programmi tv. Purtroppo l’omertà è una malattia contagiosa, che sedimenta nell’animo delle persone e fa credere che ci siano vite che valgono e vite che no, sono inferiori. Come se la vita di uno che maltratta gli indifesi valesse di più per il solo fatto di appartenere alla categoria “persona”. Nel paesino, Angelo non è pianto.

Per quanto riguarda la storia di Billy, c’è stato un capovolgimento: ha mostrato abitanti sdegnati per quello che è successo. Lo sdegno però non ha portato ad avere il nome dei colpevoli. Almeno finora. Il sindaco e i cittadini di Zungrì si sono subito dichiarati schifati da quanto avvenuto, ed è stato chiesto di parlare se qualcuno avesse informazioni preziose; vogliono scoprire chi sia stato. Nel paesino, Billy è pianto. Spirito di emulazione? Chi può dirlo. Sicuramente il precedente ha inciso, però non è sufficiente a spiegare il fenomeno del maltrattamento. 


Il seguito e la legislazione

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C’è un però: entrambe le vicende hanno mostrato anche, e soprattutto, un’Italia unita e compatta, che non può più tollerare certi comportamenti e pronta a schierarsi dalla parte di chi non ha voce e contro il maltrattamento. Petizioni, appelli, perfino bus arrivati a Sangineto per una giustizia fai-da-te. Esiste tuttora una petizione online dedicata a Billy, come fu per Angelo, da firmare e condividere.

A Monteverde (RM), è stata eretta una statua in ricordo di Angelo, divenuto un simbolo per la lotta contro il maltrattamento verso gli animali. Il processo contro i responsabili dell’ignobile gesto è iniziato il 27 aprile, con la scelta del rito abbreviato da parte della difesa, che li ha graziati riducendo di un terzo la pena, che risulta così di 16 mesi di reclusione. Non è tutto: è stata loro concessa la sospensione condizionale della pena, subordinata però a sei mesi di volontariato da prestare presso un canile sanitario, il cui buon esito dovrà comunque essere certificato dal responsabile della struttura. Attività, questa, su cui si concentrano gli animalisti, chiedendo, se non un annullamento, quantomeno un controllo costante dei quattro.


L’art. 544 bis del Codice Penale recita così:Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona la morte di un animale è punito con la reclusione da quattro mesi a due anni.

Pene misere, se commisurate alle atrocità commesse. Se vedete, denunciate!

 

Monica Turdò (scopri di più su Monica)

 

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